L’edificio, progettato nel 1946 su commissione dell’Istituto Beata Vergine, è parte integrante di un disegno più esteso che interessava tutta la proprietà dell’ente religioso fino a lambire l’intersezione tra la via Calatafimi e la via Cosimo del Fante ove nel 1959 venne poi realizzato un fabbricato per abitazioni e negozi. Ultimato nel 1955 ed eseguito in varie riprese, è destinato a residenza di un istituto religioso femminile ed è costituito da un volume in linea di cinque piani con tre appendici posteriori per le scale ed i servizi. L’arretramento dell’edificio, rispetto alla vicina via Sambuco, è dovuto alla dimensione di uno dei due corpi di fabbrica del piano rialzato che, posti perpendicolarmente al fabbricato principale, ospitano la cappella ed una grande aula. Al di sopra dell’attuale spazio sacro doveva innestarsi successivamente il volume di una chiesa di dimensioni maggiori che, protraendosi fino a lambire il profilo esterno dell’isolato, si doveva raccordare con la via Calatafimi.

 

L’architettura presenta un disegno in pianta molto regolare, articolato su cinque livelli: il primo rialzato, ove si collocano gli spazi di ingresso, i refettori e si innestano ai bassi volumi perpendicolari al corpo di fabbrica principale; il secondo, contraddistinto da un loggiato e dagli spazi adibiti allo studio; il terzo ed il quarto ove sono presenti i dormitori comuni ed infine all’ultimo livello le piccole abitazione delle religiose.

 

L’aspetto dell’edificio ed il suo assetto complessivo sono fortemente condizionati dalla vicina Basilica di Sant’Eustorgio: la facciata rivolta verso via Santa Croce presenta un’articolazione volumetrica maggiore dovuta ai vani scale ed ai servizi rivestititi alternativamente con elementi esagonali di grès pieni che si combinano, seguendo un disegno a maglie rettangolari, con elementi identici ma cavi, dando luogo a superfici alternativamente grigliate e riparando nel contempo le zone più private dell’edificio. I prospetti del corpo maggiore sono invece contraddistinti da fasce continue di serramenti e dal loggiato che, seppur interrotto dai volumi di servizio, riprende quello presente sul fronte principale. Quest’ultimo, rivolto verso la via Sambuco, presenta forti similitudini con il partito compositivo della contemporanea casa Caccia in piazza Sant’Ambrogio; comune la scansione ritmica per sequenze orizzontali con la fascia basamentale alla quale si sovrappone il forte segno della balconata modulata verticalmente dai pilastri bianchi che si stagliano nettamente sul marrone scuro del grès di rivestimento esteso ai piani superiori per interrompersi solo in corrispondenza delle aperture rettangolari dotate di parapetti realizzati con elementi cavi ed infine sfumare nel loggiato sovrastato dall’aggetto della gronda.

 

Il coronamento dell’edificio è risolto con leggerezza, combinando gli elementi pieni e cavi di grès a formare una schermatura finemente trapuntata per proteggere il raccoglimento delle suore, modulando nel contempo la luce naturale. Tutti aspetti che concorreranno alla definizione di una personale calligrafia compositiva rintracciabile in interventi contemporanei quali l’edificio per uffici Loro Parisini ed il più tardo convento di via Maroncelli ove ancora una volta la soluzione del tema progettuale si preciserà in un “irripetibile rapporto con i materiali, la tecnica, il luogo”.

 

Marco Ghilotti

Planimetria generale dell'isolato urbano
Pianta del piano rialzato
Pianta del IV piano
Prospetto su via Sambuco



Edifici per il culto

Milano, Ticinese