Nel 1954, a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dei bombardamenti che ne distrussero la sede in via Quadronno, l’Opera Pia che gestisce l’Istituto Marchiondi Spagliardi, cui scopo era ospitare «ragazzi difficili», senza famiglia o provenienti da nuclei familiari disagiati, e garantir loro un’educazione, anche scolastica, bandisce un concorso ad inviti per la realizzazione della nuova sede a Baggio. Il progetto di Vittoriano Viganò coniuga un’architettura innovativa (brutalista nella lettura critica e accolta tra i capolavori del Novecento) con una concezione educativa nuova, che l’architetto sintetizza nella mancanza di muri per tenervi chiusi i giovani ospiti (I ragazzi non scappano, titola Bruno Zevi per «L’Espresso» nel marzo del 1958): proprio sulla base di questi elementi viene selezionato e successivamente perfezionato con gli educatori dell’Istituto.

 

La forma, chiara e logica, rende più incisivo il processo educativo, suggerendo la possibilità di cogliere l’ordine delle cose e conseguentemente di accettarlo o di contribuire positivamente alla sua modifica. Un’unica scansione modulare definisce l’articolazione in pianta e lo sviluppo in alzato degli edifici: la struttura viene lasciata a vista e, mantenendo invariato il passo, cambia in altezza in corrispondenza degli edifici o dell’asse centrale di attraversamento, ritmato dal sistema trilitico che continua nel verde, suggerendo punti di sosta e aree attrezzate. Il sistema costruttivo è dichiarato: gli elementi si affiancano e sono sempre colti nella loro totalità. I pilastri in cemento armato a vista, a sezione costante e con capitello a L asimmetrico, portano travi a sezione rettangolare, strette e alte, che continuano oltre il punto d’appoggio; gli strati successivi, di finitura, sono poggiati sul cemento, e dichiarati nel loro spessore (come nei campi di colore delle camere del convitto).

 

La distribuzione alleggerisce il peso del controllo degli educatori: nel convitto, il più noto fra gli edifici del complesso, due passaggi autonomi portano alle camere degli ospiti e a quelle, all’ultimo livello, degli educatori, grazie all’uso della celeberrima scala leonardesca in testata. Le camerate si articolano su due livelli: il superiore, cui si accede da un basso corridoio vetrato con gli armadietti, è attraversato da una passerella che porta ai servizi igienici, un blocco aggettante in facciata, e al livello inferiore, attraverso una minuta scala a chiocciola in cemento con corrimano in ferro rosso. Lì si trovano, in due bande, i dodici letti, ognuno attrezzato in testata da tre fasce in faggio cui appendere un contenitore personale e un porta salviette: il controllo avviene dal livello più alto e conserva il più possibile l’autonomia del dormire. Lo spazio è sempre colto nella sua interezza e sempre teso all’esterno, grazie alle ampie vetrate e alle spinte dei blocchi aggettanti; la relazione interno esterno è potenziata dalla continuazione del passo strutturale anche nel verde.

 

Marta Averna




Edifici per l'istruzione

Milano, Baggio