La vicenda progettuale dell’edificio per gli uffici Montedoria si apre con una proposta dello studio di Ponti, presentata nel 1963, che ipotizza la costruzione di una torre di circa cinquanta metri affiancata ad un corpo di soli quattro piani su strada, in maniera simile alla casa Rasini. La proposta, scartata per via di un veto allo sviluppo in altezza imposto dal regolamentocomunale, prevedeva infatti un diverso trattamento delle cortine edilizie, con un partito ritmico delle finestre, nel blocco minore, di stampo tradizionale. La configurazione planimetrica definitiva si basa invece su un unico corpo di fabbrica, articolato in due bracci disposti ai lati del lotto triangolare, che s’innestano a formare un cuneo accidentato in cui ciascun fronte assume la propria autonomia compositiva.

 

Le facciate lunghe sono caratterizzate da un gioco di sporgenze e rientranze, scandite dal rivestimento ceramico che qui è declinato in quattro varianti (delle quali una ricorre all’uso di formelle piane), che si dispongono a formare una tessitura molto ricca, complanare ai serramenti in alluminio – come nel caso dell’edificio per l’INA – per portare il cielo anche in questa zona della città. La facciata corta, invece, presenta un linguaggio diverso, incentrato sull’uso di vetrate a tutta altezza che, svuotando il fronte, gli conferiscono notevole leggerezza visiva. Il vincolo imposto dal regolamento edilizio – che aveva impedito lo sviluppo in altezza – porta i progettisti a realizzare una struttura molto mossa, la cui vicenda sarà ricordata da Ponti solo qualche anno dopo: «Quando, nella città, una facciata di un edificio è determinata nelle sue dimensioni da fattori non architettonici (motivi finanziari, regole costruttive …), tu la riduci ad una sequenza di spartizioni ben dimensionate, facciate senza la facciata … un ritmo è raggiunto» (1981).

 

Manuela Leoni

Pianta dei piani primo, secondo e terzo
Il gioco delle sporgenze nel prospetto su via Doria
Foto dell'edificio da via Pergolesi



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