Donato alla città di Milano dall’editore Ulrico Hoepli a coronamento di una feconda attività di divulgazione tecnicoscientifica, il civico Planetario sorge grazie alla collaborazione di una serie di attori: le autorità municipali, che mettono a disposizione il terreno all’interno dei giardini pubblici di corso Venezia, il professore Emilio Bianchi, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Brera e responsabile scientifico del progetto, l’architetto Ernst, responsabile degli aspetti tecnici della costruzione, e Portaluppi, autore dell’architettura del fabbricato.

 

L’apporto di Portaluppi non riguarda tuttavia gli aspetti meramente formali: l’austero tempietto a pianta ottagonale, nel verde dei giardini pubblici a due passi da una delle principali arterie della città, è infatti la concreta risposta a una serie di necessità soprattutto tecniche. L’idea di collocare al centro della composizione un invaso a pianta centrale coperto da una cupola di venti metri di diametro deriva infatti dal programma funzionale dell’edificio: la calotta – riproduzione della volta celeste – e l’apparecchio di proiezione al centro della sala sono elementi essenziali di ogni planetario e permettono di riprodurre con accuratezza i fenomeni astronomici.

 

La calotta è costituita da strati di materiali diversi per proteggere la delicata struttura dalle intemperie e dai cambiamenti di temperatura e per risolvere i problemi acustici derivati dalla forma dello spazio interno. La parte corrispondente alla superficie di proiezione è costituita da un traliccio di ferro che sostiene orizzontalmente dei cerchi in legno, tra i quali è tesa una tela bianca. Un secondo traliccio metallico rinchiuso in una lastra di dieci centimetri di sughero granulato, cemento e sabbia protegge la cupola esternamente e assorbe l’eco della voce dei relatori all’interno della sala. Un ultimo strato semiliquido di bitume ricoperto da graniglia fine di marmo completa il rivestimento esterno conferendogli il caratteristico colore verde.

 

Alla sala di proiezione fanno corona piccoli ambienti accessori – servizi sanitari, magazzini, uffici, un piccolo museo astronomico – inclusi nel perimetro ottagonale dell’edificio e illuminati da aperture poste in corrispondenza di ciascun vertice. Un’ampia scalinata conduce al corpo dell’ingresso che richiama col suo ordine classico, sia pur frammentario, a colonne scanalate e senza plinto e per il timpano triangolare il carattere di un tempio. Al carattere severo dell’edificio, enfatizzato dal rivestimento in marmi e pietre naturali (ceppo di Albio, ceppo di Poltragno, marmo di Crevola d’Ossola), fa riscontro la consueta firma ironica dell’architetto, qui identificabile nelle lievi scie argentee di costellazioni che decorano gli interni.

 

Elena Demartini

Pianta
Sezione longitudinale
Schizzo prospettico dell'interno



Edifici con funzione espositiva

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