All’inizio degli anni Venti Piero Portaluppi ottiene dalla Società Anonima Porta Vercellina l’incarico di progettare una palazzina per uffici destinata alla sede della Società di Filatura Cascami Seta. La costruzione avrebbe occupato un terreno lungo via Santa Valeria, nei pressi della basilica di Sant’Ambrogio, dove originariamente sorgevano i rustici e le scuderie del neoclassico Palazzo Cornaggia, già Castiglioni, di fondazione remota ma più volte ristrutturato nel corso del Sette e Ottocento. Il principale compito di Portaluppi è quello di intervenire su un lotto molto irregolare, poligonale, attiguo al preesistente palazzo parzialmente occupato da una corte interna, intervenendo di fatto nel completamento del lato mancante e nella ricostituzione della cortina stradale lungo via Santa Valeria. La brillante soluzione planimetrica adottata dall’architetto asseconda l’irregolarità del lotto. Fulcro della composizione è un atrio pentagonale a doppia altezza, con ballatoio perimetrale e lucernario di copertura, che funge da perno distributivo dell’intero edificio e da elemento regolarizzante: esso è infatti perfettamente in asse con il portale d’ingresso e immette in un corridoio di penetrazione agli uffici, perpendicolare ad uno dei lati obliqui del pentagono e parallelo all’adiacente palazzo. Attiguo al grande ambiente centrale è uno scalone a rampe semicircolari che collega i piani.

 

A guidare l’architetto sembra essere stata l’idea della continuità con la fabbrica preesistente, che è evidente soprattutto nella composizione della facciata, la quale rimanda, nei dettagli rococò, all’edilizia civile lombarda settecentesca. Lo schema è simmetrico – l’asse è identificabile con il portale d’accesso e la sovrastante trifora del piano nobile – mentre verticalmente la fronte è bipartita in un basamento bugnato e in un sovrastante ordine gigante semplificato che definisce il secondo e il terzo piano, scanditi da finestre rettangolari. E’una soluzione che semplifica uno schema precedentemente elaborato, che era appesantito da uno spesso cornicione tra il secondo e il terzo piano e da un incombente coronamento a pinnacoli. I rimandi rococò sono leggibili nella forma mistilinea dei balconi, nelle decorazioni delle cornici e in alcuni dettagli degli interni come le aperture triangolari ad angoli stondati disposte lungo le pareti dell’atrio d’ingresso. Del tutto “milanese”, in facciata, è il rivestimento in ceppo, con inserti decorativi in cemento artistico di grande diffusione nell’edilizia cittadina d’inizio Novecento.

 

Nonostante l’edificio accolga felicemente l’eredità di un passato ben tangibile nel contesto in cui si colloca, la firma dell’architetto è più che mai evidente nei dettagli decorativi degli interni – distintivi e qualificanti –, genericamente riconducibili al gusto déco che di lì a poco avrebbe raggiunto la sua massima diffusione. Tra essi spiccano il pavimento mosaicato a segni serpentini dell’ingresso; i ferri battuti di lunette, balaustre e lampade; le boiseries di rivestimento degli ambienti di rappresentanza, intagliate con motivi a losanga; infine le decorazioni a stucco dei soffitti.

 

Elena Demartini




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