La piazza, progettata nel 1996 nell’ambito di un più vasto quadro di interventi del Comune di Milano volto alla riqualificazione di spazi irrisolti nel centro storico della città ed offerta dall’Ente Autonomo Fiera Milano, si configura quale ennesimo esercizio progettuale volto alla ricercata continuità con il contesto urbano ed i suoi edifici attraverso un controllo progettuale delle possibilità dei materiali nella loro apparenza e potenzialità conformativa.

 

Lo spazio aperto viene ridisegnato eliminando le intersezioni tra i fluissi veicolari e pedonali, configurando un progetto di “interno urbano” in cui la superficie riservata ai pedoni si dilata per accogliere al suo interno le forme del progetto intese quale trascrizione del modo di muoversi delle persone. Il nuovo paesaggio del progetto non conosce limiti di scala “…sono architetto fino in fondo e trovo l’urbanistica ovunque. In realtà l’appartamento è una micro città, con i suoi percorsi, i suoi vincoli, gli spazi sociali e quelli privati”. Così a San Babila il volume della grande fontana si commisura con la “pietrosa cavea” della piazza, con i suoi imponenti edifici, individuando il recapito visivo e l’ideale conclusione di corso Vittorio Emanuele; la piattaforma in porfido sulla quale si dispone, insieme a tutti gli attori del nuovo paesaggio della piazza, segna la continuità reale del flusso pedonale del corso ora raccolto ai piedi dei portici novecenteschi del palazzo del Toro.

 

La fontana, l’ovale che la sormonta, il volume tronco piramidale, la griglia e la vasca centrale rappresentano il cammino dell’acqua; il fluire di questo elemento anticipa l’usura naturale subita dalle superfici in pietra che in molte opere di Caccia testimoniano l’incessante ricerca sul valore e le proprietà tattili dei materiali in questo intervento sublimate a esperienza quotidiana. I materiali utilizzati: Porfido con sfumature variabili dal rosso al bruno per le pavimentazioni; Serizzo di Val Masino, Granito di Montorfano, Rosa di Baveno, Dubino Valtellina per la fontana e Sasso Rosso della Val Gerola per l’uovo posto in sommità della fontana, confermano l’interpretazione data all’opera quale “museo vivente delle pietre di Lombardia e dei graniti delle chiese e dei palazzi di Milano”.

 

La vitalità plastica degli oggetti, disegnati nel solco di una ricerca continua sulla forma pura plasmata sull’uomo e la ricchezza spaziale degli interni, sintesi di dinamismo e sistematicità ma soprattutto trasposizione concreta del sistema di movimenti o percorsi possibili, non subiscono cedimenti al variare della dimensione d’intervento poiché, come afferma lo stesso autore, “…non c’è mai un problema di scala, tutto quello che si fa è sempre in rapporto all’uomo…”.

 

Marco Ghilotti




Sistemazioni urbane

Milano, Duomo