«Il teatro non è più pittura: diventa scultura». Renato Simoni definì in tal modo l’esperimento Sant’Erasmo volendo sottolineare come ogni piano venisse risolto nello spazio e ne interessasse la sua totalità. Si azzarda la definizione di esperimento a causa della breve vita del teatro, dal 1953 al 1968, e della singolarità degli avvenimenti che ne caratterizzarono la vicenda. Posto in uno scantinato, venne progettato congiuntamente dai suoi ideatori, l’attrice Lyda Ferro ed il critico drammatico nonché regista Carlo Lari, e dagli architetti Carlo De Carli e Antonio Carminati in un’esperienza che riecheggia la migliore produzione architettonica d’avanguardia dei primi del Novecento, frutto della feconda cooperazione tra artisti e architetti nella definizione del congegno teatrale; venne poi chiuso per lasciar posto ad una autorimessa privata. La definizione architettonica dello spazio teatrale è determinata dalla scelta della scena centrale e dalla geometria dell’ottagono.

 

L’articolazione dell’ottagono, secondo De Carli, si avvantaggia di una certa frammentarietà che ne articola la composizione allontanandosi dal rigidismo geometrico del cerchio. La figura, ancora, stabilisce la rete geometrica generatrice di tutto il componimento; i lati definiscono in pianta le gradinate e, per proiezione, determinano il disegno di piani sfalsati del soffitto, nonché i «diaframmi di chiusura» (così definiti da De Carli) della sala e le sue differenti inclinazioni. La soluzione spaziale, quasi aerodinamica, che se ne ricava ripropone ancora un sentimento di congiunzione con l’esperienza dell’avanguardia, accentuata inoltre dall’utilizzo di materiali e colori come il fustagno rosso delle pareti, il giallo dei legni, il blu delle sedute e dei tendaggi, il tutto atto alla creazione di un coinvolgimento epico dello spettatore sia alla rappresentazione teatrale che a quella architettonica. La scelta della scena/pianta centrale possiede forti implicazioni ideologiche da entrambi i punti di vista, sia quello rappresentativo-teatrale che quello compositivo-architettonico. Il dispositivo architettonico nella sua progressiva definizione in termini essenziali dell’apparato funzionale porta ad una esaltazione massimizzata dell’opera teatrale. L’esperienza della rappresentazione è definita in termini di coinvolgimento e partecipazione diretta dello spettatore e dell’attore che privati del tradizionale apparato scenografico (l’allestimento scenico, ridotto al minimo, trascina lo spettatore in un processo di intuizioni ed interpretazioni) e «distributivo» (la scena teatrale si svolge nella pista centrale senza un distacco netto) godono di una rinnovata interazione fisico-intellettuale.

 

Cecilia Bischeri

Pianta del teatro
Dettaglio in pianta dello spazio della scena



Teatri

Milano, Brera