Con i suoi 60 mt. la torre costruita per la Snia Viscosa fra il 1935 e il 1937 era all’epoca l’edificio più alto di Milano. Gli sventramenti, programmati sin dal 1934 dal piano regolatore di Cesare Albertini, prevedevano la creazione dell’odierna piazza San Babila. E con essa la riorganizzazione della viabilità, attraverso la riconfigurazione di via Borgogna, l’apertura di un’asse di connessione con piazza della Scala, denominato all’epoca corso del Littorio – l’odierno corso Giacomo Matteotti – e della cosiddetta “racchetta”, corrispondente all’attuale corso Europa.  Rimini risultò vincitore di un concorso indetto dalla Snia, importante gruppo industriale desideroso di dotarsi di un’adeguata sede di rappresentanza, affacciata su quello che di lì a poco sarebbe diventato il cuore pulsante della nuova città degli affari.

 

Una prima proposta prevedeva un unico edificio insistente sui due lotti di proprietà dell’azienda. Un passaggio ad arco avrebbe scavalcato via Bagutta, consentendo la creazione di una cortina compatta in fregio al lato minore della nuova piazza. Abbandonata questa prima soluzione si optò per l’erezione di due blocchi distinti, di cui uno a torre. Fu proprio a causa di quest’ultimo che l’iter progettuale si complicò, poiché l’altezza limite prevista dal regolamento edilizio comunale si attestava a 30 mt. Il valore monumentale e rappresentativo del grattacielo convinse tuttavia, dopo lunghe trattative, gli uffici comunali a consentire un’edificazione in deroga. Concepito come corpo di cerniera, esso avrebbe riconfigurato un isolato slabbrato dalle demolizioni, mediando con il suo volume le altezze difformi dei diversi fronti stradali. Il progetto definitivo prevedeva dunque un volume di quindici piani per un’altezza complessiva di 59,25 mt. e un corpo curvo che risvoltava verso via Montenapoleone.

 

Nel panorama italiano, il grattacielo Snia rappresenta un’importante tappa nella sperimentazione dell’uso del cemento armato. La sua considerevole altezza comportò infatti la risoluzione di notevoli difficoltà statiche, per le quali ci si avvalse dell’esperienza dell’ing. Guido Mettler. Le fondazioni furono pensate come una platea assimilabile ad un solaio con nervature portanti, al fine di scaricare uniformemente sul terreno il carico sovrastante. Esternamente i prospetti si presentano rivestiti da lastre di trachite gialla, impreziositi dalle cornici delle finestre in serpentino verde, materiale analogo a quello del portico al piano terreno. L’orizzontalità e l’importanza del basamento viene così sottolineata, mentre la fascia balconata sul lato corto contribuisce ad esaltare la verticalità del volume sovrastante, i cui ultimi due piani arretrati conferiscono all’edificio il caratteristico coronamento “torriforme”. Uno scarno partito architettonico giocato su semplici contrasti cromatici caratterizza entrambi gli alzati della torre, impostati su una generale simmetria compositiva. Al terzo piano del grattacielo ebbe sede dal 1937 lo studio di progettazione di Alessandro Rimini, la cui attività fu cospicua anche nel periodo della ricostruzione postbellica.

 

Federico Ferrari




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