Nel 1950 lo studio BBPR riceve l’incarico di progettare un complesso polifunzionale di una cubatura eccezionale a poche centinaia di metri dal Duomo, su alcune aree devastate dai bombardamenti alleati, in base ad un mix di funzioni attentamente studiato per adeguarsi alla normativa che regola i finanziamenti statali per la ricostruzione. La realizzazione è possibile grazie ad una concessione che il Comune di Milano rilascia alla società Ricostruzione Comparti Edilizi S.p.A. per costruire una torre di altezza eccezionale in cambio della trasformazione di una parte delle aree in suolo pubblico. La Velasca diventa così un episodio isolato, in contrasto con l’idea corrente di grattacielo come tipo ripetibile: il profilo della torre svetta per un centinaio di metri come un unicum nello skyline milanese, con il dichiarato intento di ricostruire il profilo di una città che negli anni della ricostruzione sta aumentando l’altezza media degli edifici perdendo tutti gli elementi di riferimento: i campanili, le chiese, i grandi edifici pubblici.

 

Fin dalle prime bozze di progetto i BBPR delineano una torre in cui la parte superiore è più larga di quella inferiore, in funzione del fatto che le abitazioni (dal 19° al 25° piano) necessitano di una profondità maggiore del corpo di fabbrica rispetto agli uffici (dal 2° al 10° piano) e agli studi professionali con abitazione annessa (dall’11° al 17° piano). Le settantadue abitazioni della parte in alto, da due a sette vani più servizi, sono tutte dotate di veranda o terrazzo e sono attrezzate –  secondo un modello che raramente trova applicazione in Italia – di tutti gli arredi fissi (armadi, cucina ed elettrodomestici) in modo che gli inquilini debbano provvedere soltanto ai mobili propriamente detti. Nelle fasi di ricerca iniziali s’immaginava una torre rivestita da un curtain wall vetrato, sostenuta da una struttura in acciaio, alla quale, in virtù di uno studio condotto da una società specializzata di New York, si preferisce una soluzione in cemento armato che consente di ridurre i costi di un quarto. La struttura, gettata in opera ed esibita con possenti costoloni rastremati che percorrono le facciate e si allargano in caratteristici puntoni di raccordo al diciottesimo piano, è calcolata dal professor Arturo Danusso. Il telaio strutturale è tamponato da pannelli prefabbricati in cemento e graniglia di marmo rosato disposti in maniera irregolare, «spettinature» – come le definisce Portoghesi – che sono «una riedizione più complessa della dialettica tra gabbia strutturale e involucro murario del razionalismo italiano».

 

Nel passaggio dalla soluzione in acciaio a quella in cemento armato è avvenuto anche un capovolgimento linguistico: da un progetto in piena sintonia con l’imperante International Style i BBPR passano a una soluzione che Pevsner giudica «Neo Art Noveau» e che suscita scalpore al Congresso dei CIAM di Otterlo del 1959 a causa delle membrature neogotiche, delle guglie terminali, del grande tetto a falde che copre il piano attico, dei richiami al profilo di una torre medievale. Più serenamente la Torre Velasca è da considerare un «omaggio a Milano» che cerca un vitale connubio, scrive Rogers, tra «le energie autoctone» e «le correnti che formano il patrimonio universale del pensiero» per offrire una visione meno dogmatica della modernità.

 

Paolo Brambilla

Piante dell'edificio, da sinistra in alto in senso orario: gli uffici, le abitazioni, i servizi e gli alloggi duplex
Dettaglio del pilastro e sezione trasversale dell'edificio
Fotomontaggio di una soluzione di progetto per l'analisi del rapporto con il contesto urbano



Edifici per residenze ed uffici

Milano, Duomo