Dieci anni dopo la chiesa della Madonna dei Poveri, Luigi Figini e Gino Pollini realizzano un nuovo edificio per la Curia milanese, che la vuole consacrata a quei santi i cui nomi rimandano all’ex Cardinal Montini, ormai divenuto Papa Paolo VI. La chiesa dei Santi Giovanni e Paolo assume un linguaggio architettonico ben differente dalla forza innovativa che aveva caratterizzato la precedente: ciò che là era quasi assenza di forma esteriore riconoscibile ed intimista forza brutale di pura materia e luce all’interno, qui diviene ritmico assemblaggio di forme e sovrapposizione di masse, mentre lo spazio contenuto, conseguentemente articolato, presenta più rassicuranti partiture murarie rivestite in calce bianca.

 

Così scrive lo storico dell’architettura Joseph Rykwert: «Qui l’esterno è architettonicamente più complesso, mentre l’interno è più raccolto e confortevole. Internamente illuminata dall’alto, la chiesa è sottilmente articolata. La sua geometria – sia nella pianta che nella struttura – si basa su una ripetizione quasi ossessiva della croce greca. Ciò che la rende estremamente interessante è la parete muraria in mattoni, concepita come se fosse una doppia superficie. In alcune zone tale muratura esterna diventa una specie di sipario traforato che maschera un sistema di passaggi interni, i quali formano una serie estremamente ingegnosa e varia di brevi promenades achitecturales».

 

Se nella chiesa a Baggio la tensione spaziale si rivela introversa, perché tutta affidata alla percezione dell’interno, qui si è di fronte ad un’interiorizzazione altrettanto presente, ma graduale e stratificata: i volumi esterni, protetti da una recinzione perimetrale che definisce a scala urbana l’ambito sacro, sono compatti ed impenetrabili, anche per la rarefatta presenza di aperture e si sviluppano per continue sporgenze, come proiettate all’esterno da un centro invisibile e profondo. La planimetria rivela un attento lavoro di distribuzione di spazi autonomi, ma strettamente collegati, distribuiti sui lati dell’asse centrale portante, che attraversa l’aula assembleare. Muri portanti continui si aprono e chiudono attorno agli spazi liturgici, determinando molteplici prospettive e svelando più percorsi interni. Un sistema di “moltiplicazione sensoriale” dello spazio che viene ripetuto nel passaggio aperto/chiuso, che immette nelle opere parrocchiali attraverso un hortus conclusus e che viene intensamente sostenuto dai dosaggi della luce, lasciata penetrare dall’alto, grazie a tre coronamenti a soffitto, veri e propri tiburii moderni, che, inaspettatamente trasformano la pienezza materica ed impenetrabile dell’esterno in ariosa profondità luminosa interna. «…l’architettura, attraverso una strategia luministica, tende a far “leggere” e “capire” lo spazio, qui compreso tra il soffitto in doghe di legno color catrame, la tenue opacità del pavimento e il bianco di calce dei muri».

 

Marco Borsotti

Pianta della chiesa, disegno originale di progetto
Sezione longitudinale, disegno originale di progetto
Prospetto lato ovest, disegno originale di progetto



Edifici per il culto

Milano, Bovisa