Il progetto riguarda la ricostruzione di tutto il convento di sant’Antonio dei Frati Minori eccetto la piccola parte aderente alla Chiesa e la sovrastante sacrestia. La sagoma particolare del lotto a disposizione, ma soprattutto la necessità di costruire in aderenza alle architetture pre-esistenti, operando l’ennesima operazione di saldatura al contesto, determinano un complesso impianto planimetrico e volumetrico. L’edificio si innesta nell’isolato radicandosi con una torre a pianta quadrata posta lungo la via Farini in contatto con l’edificio retrostante l’abside della Chiesa per poi addentrarsi nel lotto con un impianto a corte che, nel definire un chiostro interno, satura le aree disponibili lungo i margini dell’isolato determinando le necessarie connessioni con gli edifici esistenti. La riuscita sintonia tra nuova architettura, pre-esistenze e città risiede ancora una volta nella vocazione urbanistica dell’approccio metodologico di Caccia che, non perdendo di vista il tema assegnato, impiega la tipologia a torre per dare adeguata collocazione alle residenze studentesche introducendo nel contempo, con questo volume, un elemento caratterizzante l’intero complesso ed in stretta relazione urbana con il campanile e la torre littoria dell’edificio fascista presente nelle immediate vicinanze. 

 

L’aspetto massivo della torre, come in opere precedenti, è mitigato ancora una volta combinando gli elementi pieni e cavi di grès a formare una schermatura finemente trapuntata per proteggere i balconi e le zone private; il bianco dell’intonaco utilizzato per rivestire le pareti interne delle logge, accostato con il colore scuro degli elementi esagonali in grès, contribuisce poi ad accentuarne il contrasto cromatico. 

 

L’assetto planimetrico del complesso vede disporre l’ingresso al convento ai piedi della torre nello spazio libero risultante tra quest’ultima e l’edificio posto in aderenza alla piccola chiesa parallela alla via Farini; da qui si accede al cortile occupato da una rampa circolare necessaria per l’ingresso alle autorimesse sottostanti realizzata in un momento successivo ed ora prevalentemente immersa nella vegetazione. Sullo spazio vuoto centrale, prospettano le “celle” abitate dai religiosi, impostante su un ampio porticato a pilastri ed archi ribassati originariamente previsto con un rivestimento in serizzo poi non realizzato. Ad una composizione più rarefatta dei fronti interni e della torre, coerente con l’assetto planimetrico e la destinazione d’uso, i volumi rivolti verso la via Maroncelli si presentano più compatti anche se più articolati. Il raccordo con le costruzioni adiacenti l’abside della chiesa è infatti risolto ricorrendo ad un’architettura che dalla torre degrada verso la strada per innestarsi nella fascia basamentale compatta che ricompone il fronte sulla via. 

 

L’articolazione verticale dei corpi di fabbrica è interferita dalle sequenze orizzontali di aperture a nastro ove pannelli finestrati e ciechi sono insieme incorniciati per accentuare il carattere astratto dell’elemento e rilevare nel contempo la presenza interna dei corridoi di distribuzione alle celle dei religiosi. Il complesso religioso di via Farini, pur presentando durante la realizzazione conclusiva alcune difformità rispetto al progetto originale redatto dall’architetto – soprattutto per quanto riguardava l’esecuzione di alcuni dettagli – si inserisce autorevolmente nella migliore produzione dell’architetto milanese rilevando chiaramente la ricercata continuità con il racconto della città e dei suoi edifici senza cedere a facili atteggiamenti mimetici, affidando invece ad originali soluzioni volumetriche e controllati accostamenti materici la cifra di un elegante stile personale.

 

Marco Ghilotti

Foto d'epoca di via Farini: studi preliminari sull'altezza degli edifici di progetto
Prospetto su via Pietro Maroncelli, progetto non realizzato
Disegno di studio del lato Sud del Convento



Edifici per il culto

Milano, Garibaldi - Repubblica