L’intervento colpisce per la grande forza stereometrica stemperata nell’originale impaginazione delle facciate in cui si ritagliano le numerose finestre a filo ad assecondare l’articolata distribuzione interna degli alloggi. L’architettura, progettata nel 1956 nell’ambito di un più esteso piano di lottizzazione della Fiera di Milano, costituisce il primo contributo di una più ricca ricerca sul tema dell’abitazione collettiva sviluppato da Luigi Caccia Dominioni con una serie di interessanti interventi tra i quali spiccano l’edificio di via Santa Croce del 1964, il secondo fabbricato di via Nievo del 1964-1965 e la magistrale costruzione di piazza Carbonari. In ognuna di esse, “la tipologia edilizia urbana meno qualificata, il condominio, viene trasfigurata conferendogli la dignità di palazzo urbano”. Tra le principali ragioni di questa riuscita trasformazione: il contrasto tra la regolarità volumetrica della costruzione e la raffinata tessitura del rivestimento in clinker; la ricercata composizione nel disegno dei fronti dove le brillanti finestre realizzate in profili metallici a filo facciata assecondano l’articolazione interna degli alloggi; la cura nell’elegante articolazione spaziale e materiale delle parti comuni del fabbricato arricchite dalle pavimentazioni a mosaico di Francesco Somaini e nell’inviluppo verticale delle scale elicoidali intese quali dispositivi funzionali ma anche occasione ove sperimentare ricercati dettagli. 

 

L’edificio di via Nievo, con i suoi nove piani fuori terra ed il massiccio volume interferito verticalmente dalle feritoie dei vani scale e dalle grandi aperture vetrate di alcuni soggiorni, il ricorso al grès lucido, materiale nato per le pavimentazioni e qui usato per l’involucro, inaugurerà, come ha evidenziato Giacomo Polin, “una scuola non dichiarata ma praticata” negli anni successivi la realizzazione di via Nievo.

 

All’attenta configurazione degli ambienti interni di ciascun alloggio, dove ogni spazio dell’abitazione è introdotto da gallerie e corridoi, segue una razionale distribuzione dei percorsi di accesso all’edificio introducendo una distinzione tra l’ingresso carrabile posto sul retro e diretto ai garage e quello principale sul fronte opposto. Ancora una volta si rivela una chiara propensione nei confronti di un approccio urbanistico nella progettazione di Caccia, convinto assertore del ruolo della pianta quale matrice generativa dell’intero progetto, strumento per operare un efficace controllo della configurazione degli ambienti ed una funzionale definizione dei percorsi, ma sopratutto trascrizione di un’idea di spazio dinamico indissolubilmente legato al movimento dell’uomo. Anche le sinuose connessioni verticali, in apparente contrasto con la regolarità ortogonale della pianta, sembrano assumere un ruolo rilevante nella composizione dell’opera, incidendo i fronti per spezzarne il carattere massivo ed imprimendo la direttrice sulla quale si risolve planimetricamente l’intero complesso e si organizza la distribuzione ai vari piani. Il lavoro dell’architetto, teso ad individuare la più idonea soluzione spaziale, si completa poi nelle zone comuni; qui entra in armonia con il contributo di Somaini, dando luogo ad una rara quanto preziosa sintonia tra l’espressività formale del gesto artistico e la concezione spaziale di un’opera di architettura che nel percorso individua il suo principio generativo.

 

Marco Ghilotti

Piante dei piani terzo e quarto
Piante dei piani quinto e sesto



Edifici residenziali

Milano, Pagano