L’edificio di raccordo tra l’abside di san Fedele di Pellegrino Tibaldi (1569) e la Chase Manhattan Bank dei BBPR (1958-1969) tra via Catena e piazza Meda si configura quale intervento esemplare di connessione urbana in un contesto particolarmente segnato dalla stratificazione complessa di interventi differenti. Chiamato dai Padri Gesuiti nel 1966, ad opera già in corso, per risolvere la difficile saldatura, Luigi Caccia Dominioni dando prova di un esemplare capacità di porre in sintonia il nuovo intervento con il contesto, procede operando inizialmente con un ri-assetto della pianta per poi concentrarsi sulla nuova configurazione del volume della torre e la composizione dei fronti.   

 

Aderendo ad una logica razionale, svuota il piano terreno per assegnare una funzionale suddivisione degli ingressi pedonali e veicolari; incrementa le dimensioni del pilastro d’angolo trasformandolo in una colonna ove si appoggia lievemente il volume sovrastante e si intercetta l’asse verticale di facciata; definisce una fascia basamentale d’ombra generata dall’arretramento verso il cortile interno sulla quale si eleva la massa della torre; attribuisce infine nuova dignità architettonica alla galleria pedonale orientando la scelta delle finiture e l’assetto dei prospetti interni. La vocazione urbanistica nell’approccio metodologico alla progettazione di Caccia, convinto assertore del ruolo della pianta quale matrice generativa dell’intero progetto, si declina poi nell’intervento di via Catena nel riassetto volumetrico e nel nuovo partito compositivo, entrambi partecipi di quel coerente “ambientamento” perseguito attraverso una “elegante” manipolazione degli elementi iconografici attinti dall’ambiente urbano circostante, ripresi e reinterpretati nelle opere così come nella sintonia materico-cromatica dell’architettura con il contesto. La torre d’angolo infatti, ripulita rispetto al progetto originale dai volumi rivolti verso nord-ovest, ritrova un nuovo slancio verticale confermando la propria vocazione quale elemento di connessione e cerniera in relazione ai vicini edifici; il disegno del coronamento sottolinea infine questo indirizzo nel ritmo alternato tra i mensoloni in muratura lievemente aggettanti e le aperture vetrate, dichiarando un evidente richiamo al tamburo della vicina chiesa di San Fedele e chiudendo così il volume della torre. 

 

Le aperture rettangolari a tutta altezza, strombate per l’alloggiamento delle persiane pieghevoli, compongono i due prospetti fino al terzo livello per poi risolversi in un fronte privo di aperture verso la via Catena al quale si contrappone, quasi per evidenziarlo, il grande occhio ovale alto due piani rivolto verso l’abside della chiesa. Con questo elemento il volume della torre dichiara il proprio orientamento assegnando una precisa gerarchia ai due fronti. 

 

La grande finestra si chiude con un piccolo balcone contraddistinto da un semplice parapetto in ferro, sotto di esso il percorso compositivo delle aperture prosegue per concludersi in una finestra rettangolare dotata di inferriata a maglie quadrate che costituisce in realtà il vero recapito terminale del grande ovale superiore. Solo con questo dispositivo a scala maggiore, capace di incidere tutta la verticale del prospetto, si focalizza la sintonia con le vicine pre-esistenze, la soluzione magistrale dell’intera opera e la riuscita “vicinanza” alle calligrafie delle architetture più prossime.

 

Marco Ghilotti

Prospetti su via Catena
Dettaglio della grande apertura rivolta verso l’abside della Chiesa di San Fedele



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