Il grattacielo Pirelli è certamente una delle costruzioni che meglio interpretano le riflessioni di Ponti sulla forma finita e sull’esigenza di integrazione tra arte e tecnica (o, in altre parole, tra forma e struttura), più volte espressa sia da Ponti – già negli anni Trenta – sia da Pier Luigi Nervi.  L’ingegnere di Sondrio si unisce al gruppo di progettazione della torre milanese – insieme ad Arturo Danusso – sul finire del 1954 e la soluzione definitiva, già predisposta, subisce modifiche fondamentali per la riuscita dell’edificio, che riceve consensi dalle testate specialistiche di tutto il mondo.

 

Il complesso sorge su un basamento, che ricopre l’intera superficie del lotto a disposizione, in cui sono ospitati sia i piani tecnici sia il suggestivo auditorium, scandito da travi a sezione rettangolare variabile intrecciate a formare campiture a losanga, che elaborano in chiave strutturale la predilezione di Ponti per la forma diamantata. All’ossatura portante – molto simile a quella della coeva esperienza di Ponti e Nervi alla Fondazione Lerici di Stoccolma (1952-1959) – è perfettamente integrato il sistema di finitura del soffitto della sala, ordito da fasce trasparenti e retroilluminate, che sottolineano l’andamento delle travi per contrasto con l’opacità dei pannelli del controsoffitto.

 

Le modifiche più evidenti al progetto si rintracciano però nel disegno della copertura – che ora si stacca dal solaio dell’ultimo piano, lasciando a vista la conclusione in altezza dell’ossatura portante – e nella facciata a curtain wall, che arretra a filo dei pilastri per consentire di leggerne il progressivo assottigliarsi in funzione della diminuzione dei carichi portati. Le punte del diamante su cui si modella la torre, invece, si aprono permettendo a chi osserva l’edificio di scoprire la configurazione a doppia valva dell’impianto planimetrico e strutturale (risolto con soli quattro setti “a farfalla”), paradossalmente tenuto insieme dal vuoto centrale su cui si organizzano i percorsi di distribuzione interna. Ancor più quando, di notte, il grattacielo diventa esempio paradigmatico del discorso sull’architettura illuminata, già affrontato con la casa in via Dezza (1956-1957). Sulla facciata posteriore del grattacielo compare infine il “disegno a traliccio” – così definito da Ponti – delle pareti di chiusura degli ascensori, traforate dalle loro gabbie, che è ancora una volta interpretazione del corretto rapporto tra forma e struttura: non essendo portante, questa porzione del prospetto non può confondersi visivamente con le punte rivestite in ceramica, che funzionano staticamente come piloni cavi e sono quindi chiusi in tutta la loro altezza.

 

Il processo di affinamento del progetto è ampiamente descritto da Ponti, che lo indica come facile e naturale trovando la piena concordia di Nervi: «la semplicità raggiunta è frutto non di una semplificazione, ma di un’invenzione strutturale, al punto di farla identificare con l’architettura senza elementi aggiunti» (1956).

 

Manuela Leoni

Pianta di un piano tipo ai livelli alti
Dettaglio della sommita' dell'edificio
Pianta di un piano tipo