Realizzati in tempi diversi su due lotti contigui, i palazzi per la Montecatini sono stati disegnati per ospitare in un unico, modernissimo complesso tutti gli uffici amministrativi della società milanese, produttrice di materiali come l’alluminio e il marmo che Ponti impiegherà per la costruzione concepita come modello in scala reale delle potenzialità offerte dall’industri italiana.

 

Il primo edificio, su un terreno trapezoidale, si sviluppa in tre corpi di fabbrica di varia altezza, che disegnano una H arretrata rispetto a via Moscova per consentire l’inserimento di uno spazio utilizzato come parcheggio. L’intero complesso – descritto da Ponti come uno dei primi esempi di sottomissione dell’architetto all’opera (1957) – è studiato a partire da un’attenta analisi del dimensionamento minimo dell’unità di lavoro, costituita dalle scrivania per quattro impiegati e dai suoi collegamenti con le condotte energetiche ed impiantistiche, che includono le dotazioni d’avanguardia (come la climatizzazione, la centrale telefonica o la posta pneumatica) che ne faranno un emblema della modernità milanese. Al punto che il palazzo fu elogiato sia da Curzio Malaparte sia da Giuseppe Pagano, che lo definì «una lezione di coraggiosa indipendenza espressiva con la sua architettura aggiornatissima» (1939), spinta fino alla progettazione di ogni sua parte, dalle scrivanie in lamiera, alle sedute in anticorodal, ai tramezzi, ai segnalatori luminosi, agli impianti igienici, alle cabine degli ascensori e molto altro. Le facciate, superfici verticali ininterrotte, hanno serramenti in alluminio perfettamente complanari alle lastre di marmo cipollino apuano verde, tagliato controverso alla venatura per ottenere il particolare effetto denominato “a tempesta”. E sono coronate non più dagli obelischi immaginati per le case degli anni Venti, ma da una fila di aste in alluminio che svettano sulla porzione centrale, leggermente concava, dell’edificio rivolto a via Moscova. Danneggiato gravemente durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, il primo palazzo Montecatini è stato parzialmente ricostruito e innalzato di un piano per volere del presidente della società, Guido Donegani, nonostante la manifesta contrarietà di Ponti. A partire da questo episodio, l’architetto inizierà a riflettere su quello che poi sarà uno degli elementi base del suo linguaggio architettonico degli anni ’50, ossia la forma finita, inalterabile perché conclusa in sé stessa.

 

Il secondo palazzo, costruito a quindici anni di distanza dal primo su un lotto adiacente, ne riprende alcuni principi compositivi, anche se – osserva Piero Bottoni – «la forma esterna a paragone del contiguo palazzo appare soverchiata dalla ricchezza e vistosità dei materiali» (1954) come il marmo Apuano sulle superfici su strada o il mosaico a tessere bianche, che riveste quelle rivolte all’interno. Anche qui un elemento alto collega due corpi più bassi, arretrando rispetto alla strada e andando a formare, stavolta, una piccola piazza, che introduce a una galleria pubblica in cui vengono esposti i prodotti della Montecatini. Il complesso però è chiuso da un quarto braccio, che conferma la logica insediativa del blocco a corte interna prevista per il terreno. Affacciato su via Montebello, questo blocco ha un carattere molto diverso dagli altri, con la facciata scandita da fasce orizzontali e movimentata da leggeri aggetti.

 

Manuela Leoni

I due palazzi Montecatini in una foto d'epoca
Pianta del sesto piano del primo Palazzo Montecatini
Prospetto del primo Palazzo Montecatini, soluzione non realizzata
Disegno di studio del primo Palazzo Montecatini, soluzione non realizzata



Edifici per uffici

Milano, Brera

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