Mario Asnago (1896-1981)
Claudio Vender (1904-1986)

A distanza di qualche anno (1) mi ritrovo a raccontare e testimoniare l’opera di due protagonisti del Movimento Moderno, la cui “certificazione” è stata faticosa e relativamente recente. Lo faccio sfogliando il piccolo e prezioso catalogo di pittura "Asnago" (2), nel quale viene illustrata gran parte dell’opera pittorica dell’architetto, partecipe del gruppo degli astrattisti milanesi e dell’ambiente culturale che ruotava attorno alla galleria “Il milione”: mi sembra così di comprendere meglio il legame stretto tra pittura e architettura che pervade le loro realizzazioni, una sorta di fusione tra le due arti che concretizza nella creazione architettonica elementi metafisici dell’astrattismo. Entrambi gli architetti lasciano la pittura per l’architettura dopo il diploma a Brera: solo Asnago, allievo di Longoni (3), ritorna ad essa con intensità negli ultimi anni di vita.

Mario Asnago in un autoritratto
Mario Ansago e Claudio Vender in una foto d'epoca
Vista della tomba Marelli

La perfetta sintonia e il duraturo connubio tra Asnago e Vender iniziano nel 1923, con la partecipazione al concorso per il monumento ai caduti di Como: un progetto di contenuta monumentalità e di scarsa innovazione, che nel 1926 li porterà a vincere il secondo grado superando concorrenti illustri, tra cui Terragni. La loro personale ed autonoma ricerca prende poi consistenza in alcune case d’abitazione (tre realizzate a Cantù a partire dal 1932), evidenziando la volontà di evolvere gli elementi caratteristici della tipologia edilizia: volumi semplici, con tradizionali coperture a quattro falde, ospitano soluzioni molto innovative per l’epoca come porte a scomparsa, impercettibili pensiline in vetro, straordinari serramenti in legno scorrevoli ed a vasistas. Asnago e Vender partecipano alla V Triennale, nel 1933, con un progetto di scuola urbana, un esercizio di sviluppo urbanistico, attento all’inserimento ottimale degli spazi scolastici  nella città. In contemporanea, realizzano a Cesano Maderno una scuola elementare, che dimostra l’attenzione per il ruolo “urbano” dell’edificio, con il suo fronte d’ingresso rialzato, vagamente ispirato a Hoffman, e lo sviluppo dei corpi laterali a contornare il lotto e riservare una corte interna.

Foto d'epoca dell'Istituto ottico Viganò (1939) in piazza San Babila (Galleria del Toro) a Milano
Foto d'epoca della Pasticceria Panarello (1939) in corso di Porta Romana a Milano
Foto d'epoca del Bar Moka (1939) in via Tommaso Grossi a Milano

Lentamente, i caratteri del Movimento Moderno si delineano nelle loro opere, così come dimostra la produzione milanese degli anni Trenta: gli edifici di via Manin e di via Mac Mahon conservano “stilemi novecentisti” e reinterpretano il classicismo e la tradizione costruttiva lombarda attraverso il sapiente accostamento di materiali e decorazioni, così come l’opera di Muzio o di altri meno noti “ingegneri e architetti” delle città italiane; con le case di via Euripide (1937) e viale Tunisia (1935) si fanno più evidenti i segni di una ricerca compositiva che, attraverso l’innovazione, consolidi volumetricamente il farsi della città. L’edificio d’abitazione S. Rita in via Euripide costituisce forse più di ogni altro una ricerca espressiva volta a generare dal tessuto urbano una nuova tipizzazione della casa d’appartamenti, reinventandone i dettagli, dalla scala d’ingresso alla contenuta decorazione della facciata che si piega d’angolo, per finire con le leggere logge degli ultimi piani che nascondono una copertura, appena segnata dalla gronda. In viale Tunisia, lavorando sul blocco edilizio, gli architetti ne esaltano la partitura orizzontale; lo sporto dei balconi ai piani alti si contrappone al serrato ritmo dei piccoli balconi-logge del primo e secondo piano. Qui, come in tutte le successive opere, la maestria costruttiva si dimostra in grado di sorreggere le continue invenzioni formali. Si può parlare, senza però attribuire ruoli definiti, di una efficace complementarietà all’interno dello studio Asnago Vender: di questo felice clima hanno dato testimonianza alcuni costruttori e fornitori (4) che hanno mantenuto legami di amicizia e duraturi rapporti professionali, tra i quali la ditta Venini di Menaggio, fabbri e serramentisti autori perfino di prototipi di mobili come il caso della sedia del bar Moka (5).

Edificio per abitazioni (1935-1936) in viale Tunisia 50
Edificio per abitazioni S. Rita (1937-1938) in via Euripide 1, Milano
Dettaglio del fronte curvo dell'edificio per abitazioni S. Rita (1937-1938) in via Euripide 1, Milano

Con i negozi milanesi disegnati a partire dal 1939, l’architettura di Asnago e Vender dona alla città spazi “pubblici” di aperta ispirazione scenografica: le immagini, che le riviste del tempo ben illustrano (6), ci restituiscono atmosfere rarefatte, filmiche, dove ogni dettaglio è risolto con maniacale perfezione attraverso soluzioni mai banali. Le scelte compositive sembrano definire scenari metafisici sospesi, in attesa di animarsi, come a teatro con l’ingresso degli attori. Ai tre negozi realizzati nel 1939, (il bar Moka,  l’Istituto Ottico Viganò e la Pasticceria Panarello, descritti nelle schede a seguire) vanno aggiunti gli altri, ognuno con un proprio originale impianto di moderna interpretazione. Allo stesso periodo appartengono le case rurali di Torrevecchia Pia e la casa di Chiesa Valmalenco, opere in cui la consapevolezza del sito (in questo caso non paesaggio urbano “storicizzato”, ma paesaggio naturale e rurale) influenza fortemente le scelte compositive: il grande portico  d’ingresso delle case coloniche Zanoletti a Torrevecchia Pia resta nella memoria (mia e collettiva). Altrettanto memorabile è la coeva stele tombale Marelli nel cimitero di Cantù, ideale catasta binata di loculi trattenuta da piani vetrati (7).

Villa Conti
Villa Marelli in una foto d’epoca
Edificio in piazza Velasca 4 (1950-1952), corte interna con vano scala

Sulla “pelle” dell’edificio di piazza Velasca (1947-1952) si riflette la torre Velasca, espressione di una Milano che si rigenera dopo i conflitti bellici: ma è tutto l’isolato di via Albricci e via Paolo da Cannobio che testimonia un brano di città moderna ed europea. La sequenza degli edifici che lo compongono, tutti recanti la firma di Asnago e Vender, non è solo l’esecuzione di un piano urbanistico, ma la chiara affermazione come l’urbanistica si costruisca insieme all’architettura, nel rapporto con la strada e nell’attenzione alla misura volumetrica, a cercare regole (citando Camillo Sitte) che possano essere interpretate e reinventate. Un rapporto che lega la produzione di Asnago e Vender alla ricerca di Figini e Pollini o a quella di Albini, una scuola “milanese” che cerca la sua autonomia in seno al Movimento Moderno, sottolineando la centralità del progetto di architettura (8).

L'isolato tra via Albricci e piazza Velasca con edifici progettati a più riprese da Mario Asnago e Claudio Vender (1939-1958): vista tra via Albricci e via Paolo da Cannobio
L'isolato tra via Albricci e piazza Velasca con edifici progettati a più riprese da Mario Asnago e Claudio Vender (1939-1958): vista da via Larga
L'isolato tra via Albricci e piazza Velasca con edifici progettati a più riprese da Mario Asnago e Claudio Vender (1939-1958): vista del fronte dell'edificio in piazza Velasca 4

Negli anni Cinquanta la loro produzione architettonica si amplia, con numerose ville e case nella Brianza (tra cui villa Conti a Barlassina, Villa Fiorilli a Seveso) dove traspare compiutamente l’affinità tra pittura e architettura nello straordinario uso del colore. L’ispirazione pittorica si fa strada anche tra le opere milanesi: via Faruffini 6, blocco edilizio con facciate impaginate con telai in ferro, contiene geometrie e asimmetrie che rinviano ai quadri di Mondrian, rispondendo alla volontà di creare fronti a scala urbana che nascondano la serialità degli alloggi. In questi anni si fa chiaro il desiderio di trovare diverse soluzioni per organizzare gli ultimi livelli abitativi e la copertura delle case d’abitazione urbane, alla ricerca di una mediazione tra il tetto “praticabile”, con terrazzi a verde e alloggi, e le “nordiche” falde. Si può ben vedere nell’edificio Beni Stabili di Cantù, dove troviamo terrazzi di copertura con “finestre nel vuoto”, per dare slancio e sagoma all’edificio, in abbinamento al grande piano di zoccolatura commerciale che forza l’andamento in ascesa della strada. Sarà poi con via Verga che questa ricerca sul tema della copertura si espliciterà con originali e autonome modalità, sorretta da una grande maestria costruttiva (9), che guarda verso maestri nordici ma che genererà in Milano riproduzioni più o meno riuscite. In quegli anni, la loro architettura sembra ignorata dalle riviste e dalla cultura accademica, ma molti professionisti guardano e apprezzano questo loro “borghese” e signorile silenzio, cercando in quella controllata bravura tra arte e edilità i segni di un rinnovamento dell’architettura (10).

L'edificio in via Faruffini 6 (1954): vista d'angolo
L'edificio in via Faruffini 6 (1954): fronte su via Vittoria Colonna
L'edificio in via Faruffini 6 (1954): dettaglio dell'esile telaio metallico che arricchisce il fronte su via Faruffini

Con l’edificio di via Caterina da Forli l’innovazione e la ricerca nell’uso dei materiali porta qualità costruttiva nei nuovi quartieri di ampliamento della città, e gli alloggi popolari trovano aggregazioni inedite: il gioco degli spazi aperti è sottolineato da logge che disegnano con brise soleil la facciata (evidente l’affinità con l’edificio di abitazione di Coderch a Barceloneta) (11). Una parentesi verso la ricerca di una classica “modernità” è rappresentata dall’edificio e abitazioni in via G. Rossini: il rivestimento di marmo rosso e le colonne dell’ingresso sono un chiaro richiamo ad architetture della città nordica, ma rappresentano anche la maturazione di un atteggiamento che considera l’impianto classico come una matrice irrinunciabile.

L'edificio di viale Caterina da Forlì 40 (1959) nel contesto urbano
L'edificio di viale Caterina da Forlì 40 (1959): disegno di progetto di un fronte con sezione
L'edificio di viale Caterina da Forlì 40 (1959): dettaglio della griglia a trama orizzontale

I palazzi di viale Padova e corso Sempione testimoniano una continua ricerca di mestiere che riserva entro “bastioni” scelte meno sperimentali e più classiche, riconoscendo invece la perifericità di altre opere, verso una città nella quale si distinguono parti vocazionali diverse. Una conferma di questo atteggiamento si manifesta nelle scelte materiche del palazzo per uffici e abitazioni in via Santissima Trinità e via Giannone: il caldo clinker definisce il fronte interno “domestico” e dialoga con la preesistenza architettonica del campanile; la facciata esterna presenta un rivestimento in marmo bianco e grandi superfici vetrate, generando un nuovo rapporto con la piazza antistante. Un’attenzione usata qualche anno prima, con edifici meno importanti come lo splendido condominio Mariater a Cantù, o nell’edificio di abitazioni Miralago a Como, situato nell’ansa magica che lega la città del Movimento Moderno (lo Stadio e la Canottieri di Gianni Mantero, il Monumento ai caduti e il Novocomum di Terragni) alla passeggiata delle ville ottocentesche verso la neoclassica villa Olmo.

Edificio in via Giannone 9 (1967): vista del complesso nel contesto urbano
Edificio in via Giannone 9 (1967): Il fronte su piazza Santissima Trinità
Edificio in via Giannone 9 (1967): il fronte interno

L’ultima opera milanese di Asnago e Vender è il complesso parrocchiale a Rozzano, coerente interpretazione architettonica di un edificio civile, che definisce con il proprio volume scavato  il rapporto con gli spazi circostanti. Prima di questo, Asnago e Vender si cimentano con il tema del grattacielo: con il progetto non realizzato di via Galvani a Milano, con l’albergo Sonesta (poi Hilton) e con la torre di Sant’Ilario d’Enza lungo la via Emilia. I volumi salgono verso il cielo con esili calibri, divenendo grande segno nella pianura; la zoccolatura dialoga con la dimensione del paese ed offre allo stesso spazi di interessante polifunzionalità (12). Pochi architetti hanno lavorato con tale intensità in coerenza e qualità, realizzando un grande lascito di architetture da vedere e visitare: l’atteggiamento schivo di Asnago e Vender ha sempre privilegiato la testimonianza dell’architettura realizzata ad ogni altra forma di testimonianza. Un atteggiamento che oggi rende un grande servizio alle nuove generazioni di architetti che possono, anzi devono, per comprenderle, visitare le loro opere.

 

Massimo Novati

Edificio in piazza Sant'Ambrogio 14 (1948)
Edificio in via Lanzone 4 (1950-1952)
Edificio in via Verga 4 (1962-1964)

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(1) Nei primi anni Ottanta, ho cercato insieme ad Antonio Albertini di affrontare una prima ricerca storica sul lavoro di Asnago e Vender a partire dal lavoro svolto ed interrotto prematuramente da Renato Airoldi, che la vedova Luisa ci ha testimoniato. Cino Zucchi, Francesca Cadeo e Monica Lattuada hanno poi reso il giusto spazio alla figura dei due architetti, con una completa ed esaustiva monografia (ed. Skira, 1998).

 

(2) A. Pica (a cura di), “Asnago: quarant’anni di pittura (1940-1980)”, d. Sade, Monza 1982.

 

(3) Prima di iscriversi a Brera a 17 anni, Mario Asnago frequentava la casa del pittore Emilio Longoni, che in quegli anni abitava a Barlassina.

 

(4) Testimonianza che ho raccolto con Albertini da Carlo Pessina, titolare dell’omonima impresa, dall’impresa Bertani e dai Venini di Menaggio.

 

(5) Qualche anno fa ho visto con sorpresa, nella bottega Venini di Menaggio, il prototipo della sedia poi destinata al bar Moka, realizzata in ferro con sedile impagliato.

 

(6) Casabella e Domus con i loro servizi fotografici in bianco e nero visti ancor oggi esaltano l’architettura dei negozi milanesi quasi a mostrare scenografie teatrali pronte ma inanimate.

 

(7) Enrico Mantero nel suo saggio “Cittadinanza dell’Edilità” in “Asnago/Vender”, ed. Cesare Nani, Como 1986 si accosta all’opera di Asnago e Vender rafforzando le intuizioni che qualche anno prima aveva espresso sul razionalismo italiano.

 

(8) Si veda il chiaro riferimento in E. Mantero, M. Novati (a cura di), “Il razionalismo italiano”, Zanichelli Bologna, 1984.

 

(9) A. Albertini, M. Novati, “Il serramento metafisico” in “Domus” n.688 novembre 1987.

 

(10) Mi sento di paragonare la parabola professionale di Asnago e Vender a quella di un grande “borghese” della letteratura, quel Guido Morselli divenuto caso letterario dopo la morte.

 

(11) Josè Antonio Coderch, Edificio di abitazioni in Paseo Nacional 43, Barcellona (1952-1954).

 

(12) Il grattacielo di Sant’Ilario rappresenta ancora oggi, nonostante la trasformazione in biblioteca e sala polivalente del basamento, un approccio innovativo e di forte impatto con il tessuto urbano e rurale circostante.




figure

Massimo Novati

A Mario Asnago e Claudio Vender si può riconoscere un’esperienza “autonoma” all’interno del Movimento moderno. Il loro professionismo è rappresentato da una costante e coerente ricerca che ha sorretto la loro intensa attività dagli anni ’30 agli anni ’60 del Novecento. Partecipi della cultura europea, con una forte tensione verso quella nordica, la loro “produzione milanese” coglie quella forte istanza del costruire città che gli anni del dopoguerra richiedevano. Dagli edifici residenziali agli spazi commerciali e terziari fino alle fabbriche, la loro architettura esprime un linguaggio ricco di continue invenzioni, una straordinaria capacità di pratiche costruttive e di dettaglio che si arricchisce di contenuti poetici e di un’intelligenza “metafisica” accresciuta dal saldo legame di complementarietà tra i due progettisti.